| Onorevoli Colleghi! - Tra le tante singolarità del
nostro Paese non è da sottovalutare quella rappresentata dallo
scarso consumo da parte degli italiani di libri, riviste e
giornali.
L'Italia si trova al fondo della classifica dei Paesi
dell'Unione europea per quanto si riferisce all'acquisto dei
libri, mentre figura nelle prime posizioni per la quantità di
titoli prodotti ogni anno. Ai pochi lettori consumatori di
libri, corrisponde cioè una apprezzabile produzione di libri.
Questa caratteristica negativa del nostro Paese non può essere
sanata nel breve periodo essendo essa strettamente collegata
al basso tasso di scolarizzazione dell'Italia ed alla
necessità di profondi mutamenti di tutto il settore
dell'istruzione partendo dalla scuola del pre-obbligo per
giungere al prolungamento dell'obbligo sino al diciottesimo
anno di età.
Attraverso un decentramento di risorse dallo Stato alle
regioni, e soprattutto ai comuni, si dovrebbe inoltre avviare
un'azione di promozione della lettura con lo sviluppo delle
reti di biblioteche e la programmazione di iniziative
culturali capaci di incrementare il consumo di beni culturali,
primo fra tutti i libri.
Avendo ben presente la complessità del problema così
delineato e consapevoli che esso è destinato ad incidere sullo
stesso tessuto democratico e civile del Paese, sarebbe
sbagliato però, in attesa della "grande riforma" capace di
elevare il livello di istruzione e di cultura dei nostri
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concittadini, disattendere ad alcune richieste tendenti ad
avviare comunque un processo riformatore con una più chiara
regolamentazione del mercato librario.
Garantire per legge ai libri un prezzo fisso, con sconti
concordati e controllabili, significa infatti dare al mercato
librario una regola fondamentale in grado di porre tutti i
soggetti (editori, autori, distributori che siano) sullo
stesso piano. E' ciò che avviene da anni ormai, in Francia e
in Spagna con leggi specifiche. E' ciò che manca invece in
Italia dove la grande e grandissima distribuzione sta operando
una concorrenza alle librerie con sconti e supersconti (il 20
per cento normalmente sul prezzo di copertina, talora anche il
30 per cento) che trattano il libro, essenzialmente i soli
best-seller, alla stregua di un detersivo o di una
confezione di pomodori pelati.
Le leggi sul prezzo fisso del libro favoriscono invece il
pluralismo delle imprese editoriali, tutelando anche quelle
minori e minime, le più impegnate spesso nella ricerca di
nuovi talenti e nella riscoperta di opere dimenticate,
mantenendo quelle stesse imprese indipendenti le une dalle
altre, libere comunque da catene editoriali. Favoriscono pure
il mantenimento di quella distribuzione tutta speciale
costituita dalle librerie, essenziali sia per gli editori meno
potenti sia per gli acquirenti, i quali trovano in esse un
servizio insostituibile, un luogo tradizionale di incontro e
di scambio culturale, fondamentale per i quartieri delle
grandi città e per i centri di provincia. L'attuale regime di
sconti e supersconti praticati selvaggiamente favorisce la
monocultura dei best-seller condannando tutto il resto
della produzione libraria e dei librai qualificati, col
sostanziale rattrappimento della già così debole rete
culturale italiana.
Nel nostro Paese infatti la propensione all'acquisto di
libri è - come si notava all'inizio - molto più bassa delle
medie europee: nel 1990 si calcolava che contro i 121 dollari
spesi da ogni tedesco nell'acquisto annuo di libri, stessero
gli appena 48 dollari spesi da ogni italiano. Cifra che si
poneva al 14^ posto nelle graduatorie mondiali, contro il 5^ o
6^ posto nella graduatoria del prodotto interno lordo per
abitante. Nel 1993 il fatturato del nostro mercato librario è
risultato pari a 3.540 miliardi, con una flessione dello 0,6
per cento rispetto all'anno precedente (per la voce "libri"
ogni italiano ha speso, statisticamente parlando, 62.000 lire
appena in un anno).
Il 1994 e il 1995 hanno registrato un ulteriore calo
generalizzato del 2-3 per cento per le vendite in libreria
fatta eccezione per i libri per l'infanzia.
Il 10 agosto 1981 l'allora Ministro francese della
cultura, Jack Lang, iniziò con la legge omonima sul prezzo
unico del libro una battaglia per "la libertà del libro"
considerandolo un prodotto, anzi il prodotto, di consumo
culturale più durevole e forse più alto. Tale legge venne - si
badi bene - approvata dai parlamentari francesi all'unanimità.
Meno di dieci anni dopo la Spagna scelse, in modo anche più
articolato, giovandosi cioè dell'esperienza maturata in
Francia con la "legge Lang", la stessa strada col real decreto
30 marzo 1990, n. 484 (che faceva seguito ad una prima misura
di tutela del libro assunta dal Governo spagnolo nel 1975).
In Inghilterra invece si è scelta la strada della
liberalizzazione dei prezzi che anziché incrementare la
vendita dei libri ha di fatto provocato una flessione,
soprattutto per quanto riguarda i piccoli e medi editori.
Con la presente proposta di legge ci si propone di seguire
la via battuta, con risultati positivi, da due Paesi europei
fra i più affini al nostro sul piano socio-culturale.
Essa prevede tutta una ragionata serie di eccezioni al
vincolo del prezzo fisso di copertina e punta ad arricchire, e
non invece ad impoverire, il panorama degli editori e dei
punti specializzati di vendita.
Gli italiani acquistano pochi libri e ancor meno riviste.
E' un dato allarmante della crisi culturale in cui siamo
scivolati e da cui possiamo risalire anche stabilendo per il
mercato librario regole chiare, equilibrate, davvero uguali
per tutti e non privando lettori e aspiranti lettori di un
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servizio insostituibile qual è la libreria moderna,
attrezzata, completa di ogni offerta, guida consapevole e
informata alle novità, soprattutto a quelle meno pubblicizzate
e pubblicizzabili.
La crisi del libro è pesante, la stagnazione del mercato
grave e grave si mantiene il divario fra sud e nord: Campania
e Sicilia infatti sommano una popolazione residente superiore
a quella della Lombardia, ma non arrivano a conquistare il 9
per cento del mercato librario nazionale contro il 21,64 per
cento della Lombardia. Non serve quindi che altri punti di
vendita qualificati vengano costretti a chiudere (come sta
purtroppo avvenendo per librerie di media dimensione). Serve
semmai l'esatto contrario.
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