| Onorevoli Colleghi! - Sul carcere è scesa una cappa di
indifferenza. Dopo una lunga, anche se contrastata stagione di
riforme, il carcere è tornato ad essere luogo di rimozione per
chi ne sta fuori, più che luogo di espiazione della pena per
chi vi sta dentro. Nonostante dalle carceri siano passati
personaggi "eccellenti", il carcere è lì, abbandonato e
soffocante, consegnato al suo destino di contenitore
dell'esclusione sociale.
La stagione riformista che abbiamo alle spalle ha vissuto
nel mito del "carcere trasparente". La riforma
dell'ordinamento penitenziario prima, la "legge Gozzini" poi,
hanno scommesso sulla possibilità che il carcere fosse aperto
al territorio, che tra carcere e territorio potesse
svilupparsi un rapporto di comunicazione non solo criminale
(per cui dal territorio si va in carcere), ma anche
rieducativo, risocializzante e capace di contribuire ad un
effettivo reinserimento sociale di chi vive in condizione di
reclusione. Volontari in carcere, detenuti in permesso, erano
solo due degli stereotipi di questa virtuosa osmosi tra
carcere e territorio.
Trasparente il carcere non lo è più, innanzi tutto per
l'infittirsi delle decisioni burocratiche e amministrative che
limitano gli stessi diritti elementari all'informazione e alla
conoscenza. Da alcuni anni è quasi impossibile l'ingresso di
giornalisti nelle carceri, quasi che l'informazione sulle
strutture di reclusione e sulle condizioni di vita dei
detenuti possa ostacolarne la funzione penale. In alcune
carceri sono gli stessi direttori a lamentare che l'eccessiva
rigidità del Ministero di grazia e giustizia nell'acconsentire
all'ingresso in carcere di operatori dell'informazione possa
essere interpretato come motivato dalla necessità di celare
alla comunità esterna le condizioni di detenzione.
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Da parte del Ministero di grazia e giustizia si lamenta il
fatto che talvolta dei parlamentari si siano fatti
accompagnare da giornalisti che si qualificavano come
collaboratori degli stessi parlamentari, oppure che - in altre
circostanze - gli operatori dell'informazione abbiano
contravvenuto ad elementari doveri di riservatezza nei
confronti dei detenuti. Ma a questi incidenti non è possibile
rispondere semplicemente negando tout court l'ingresso
in carcere dei giornalisti. Innanzi tutto perché in parte tali
inconvenienti sono effetto e non causa del divieto di ingresso
frapposto alla stampa, e soprattutto perché in questo modo
viene limitato un diritto all'informazione che dovrebbe essere
sommamente tutelato, se è vero che la civiltà di un Paese si
giudica anche dalle condizioni in cui si realizza la
privazione di libertà prevista dalle norme penali.
Il risultato, non voluto, di tutto ciò è che
l'informazione sul carcere sia sempre più spesso delegata
unicamente all'iniziativa di alcuni parlamentari che, per
vocazione o per professione, utilizzano il proprio potere
ispettivo a fini "impropri", raccogliendo interviste a
detenuti celebri ovvero raccontando ciò che altri non possono
raccontare.
In questo modo è mortificata sia quella tendenza al
"carcere trasparente" che dovrebbe essere motivo d'impegno
civile della comunità esterna, sia la stessa professionalità
degli operatori dell'informazione. Per questo, per quanto
possa sembrare minimalista, avanziamo - sulla base delle
indicazioni dell'Associazione Antigone - una semplice proposta
che regolamenti la possibilità di accesso in carcere agli
operatori dell'informazione.
La proposta di cui siamo promotori si compone di un solo
articolo, che arricchisce l'articolo 67 dell'ordinamento
penitenziario, relativo alle "visite agli istituti".
Proponiamo che possano accedere agli istituti gli iscritti
all'ordine dei giornalisti, previa richiesta scritta al
direttore dell'istituto. Il direttore dell'istituto può non
accogliere la richiesta nel caso valuti che vi siano
condizioni tali da pregiudicare le condizioni di sicurezza e
di disciplina all'interno dell'istituto.
D'altro canto, riteniamo che vada espressamente prevista
la tutela del diritto alla riservatezza dei detenuti, anche
attraverso il divieto di riprese in video di detenuti che non
vi abbiano esplicitamente acconsentito.
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