| Onorevoli Colleghi! - L'industria italiana degli
alimenti per animali domestici (Pet Food), pur
disponendo di tutte le pre-condizioni per il suo sviluppo
(mercato in crescita, abbondanza di materie prime, imprese di
ogni dimensione finanziariamente sane), risulta disporre
ancora di modeste strutture produttive rispetto agli altri
Paesi europei.
La naturale conseguenza di ciò è che la bilancia dei
pagamenti del settore risulta essere fortemente deficitaria
(900/1.000 miliardi di lire) nonostante tale tipo di industria
comporti importanti benefìci.
Infatti:
a) il maggior ricorso alle preparazioni
industriali di cibi per cani e gatti ridurrebbe l'impiego di
derrate alimentari (soprattutto carni) che, in tal modo, non
verrebbero sottratte al consumo umano, con un conseguente
beneficio sul deficit della bilancia agro-alimentare;
b) l'industria del Pet Food utilizza, per lo
più, sottoprodotti della lavorazione di materie prime
zootecniche, agricole ed ittiche, dando valore aggiunto a
prodotti ed eccedenze non altrimenti utilizzabili;
c) anche sotto il profilo ecologico il contributo
dato dall'industria del Pet Food porta benefìci molto
significativi. Sottoprodotti e scarti della macellazione, così
come le eccedenze, provocano, infatti, problemi di
smaltimento, gravissimi sotto il profilo sanitario, tecnico ed
economico.
Se la struttura produttiva nazionale potesse darsi
dimensioni adeguate, sarebbe in grado di quintuplicare
l'assorbimento di queste materie prime, praticamente azzerando
o quasi il problema del loro smaltimento.
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Non dimentichiamo, inoltre, che il settore dei mangimi per
animali domestici assorbe circa milleduecento addetti, mentre
altri cinquemila operano nei vari settori ad esso correlati:
trasporti, lavorazione dei cereali, distribuzione e commercio
al dettaglio, mattatoi e lavorazione delle carni, industrie
per la macinatura, pubblicità, acciaierie, macchinari,
produttori di lattine e altre industrie di confezionamento,
servizi professionali, magazzini per la conservazione di
materie prime e prodotti finiti, industria ittica.
In aggiunta, oltre alle industrie nazionali, anche i
grandi gruppi multinazionali sarebbero interessati a produrre
in Italia, a condizione che i consumi interni riprendano le
tendenze di crescita del passato allineandosi, così, ai volumi
dei maggiori Paesi europei. In tali condizioni è stato
ipotizzato uno scenario di circa 600 miliardi di lire di nuovi
investimenti che determinerebbero la creazione di
milleottocento nuovi posti di lavoro diretti.
E' pur vero che il mercato del Pet Food è ancora
molto giovane in Italia ed è anche largamente
sottodimensionato rispetto agli altri Paesi europei. A tale
proposito citiamo, qui di seguito, alcune quote del mercato
europeo: Francia 25,3 per cento, Regno Unito 23,9 per cento,
Germania 18,9 per cento, Italia 7,1 per cento.
Tenuto conto delle affinità socioeconomiche fra i Paesi
indicati e dei dati sulla popolazione di animali domestici (in
Italia circa 8.500.000 famiglie hanno almeno un animale in
casa), gli esperti concordano nel ritenere che il mercato
italiano del Pet Food abbia il potenziale per
raddoppiarsi nel breve periodo (1995) e triplicarsi nel medio
periodo (1998). Tradotto in cifre ciò significa un
investimento di 870 miliardi di lire oggi, 1.500 miliardi
domani e 2.500 miliardi nel medio-lungo periodo. Questo ci
appare, quindi, come uno scenario estremamente promettente, ma
che per realizzarsi concretamente e perché non rimanga allo
stato potenziale, richiede la massima attenzione per attirare
investimenti che sviluppino la produzione nazionale e,
soprattutto, per evitare gravissimi errori negli interventi
fiscali che ne rallentino o addirittura ne compromettano la
crescita.
La storia delle aliquote IVA (imposta sul valore aggiunto)
in questo settore è la prova palese dei danni provocati da
questi errori. Nel 1989 si è avuto un raddoppio dell'aliquota
IVA dal 2 al 4 per cento, che ha rallentato il mercato al
punto che furono necessari più di dieci mesi di investimenti
proporzionali per far riprendere un ritmo di crescita
adeguato.
La stessa cosa non è stata invece possibile dopo
l'ulteriore triplicazione dell'aliquota IVA dal 4 per cento al
12 per cento, avvenuta nel gennaio 1992 e poi, ancora, nel
dicembre 1993. Da allora il mercato è entrato in fase di
stagnazione, registrando incrementi dei consumi in termini
reali vicini allo zero.
Le naturali conseguenze sono state, oltre un rallentamento
del mercato sino ad una quasi paralisi, una influenza negativa
circa le aspettative delle imprese, che ne ha compresso gli
investimenti, abbandonati a favore di insediamenti in altri
Paesi, la stazionarietà sotto il profilo occupazionale e
dell'indotto.
A fronte di questi gravi effetti negativi, l'inasprimento
fiscale ha prodotto risultati molto modesti per l'erario.
Il gettito IVA (circa 60 miliardi di lire sulla base di un
fatturato di vendita Pet Food per cani e gatti) è certo
aumentato di 40 miliardi di lire, ma è parallelamente
diminuito il gettito dell'imposta sul reddito delle persone
giuridiche (IRPEG) poiché, per non correre eccessivi rischi
sul mercato, le imprese hanno dovuto trasferire ai costi parte
dell'aumento, anziché accollarlo alla distribuzione e, quindi,
al consumatore finale, assumendosi rilevanti oneri
impropri.
Perciò, secondo le stime più attendibili, il risultato
netto per l'erario - aumento dell'IVA meno diminuzione
dell'IRPEG - è stato trascurabile: non più di 25-30 miliardi
di lire.
Non bisogna, inoltre, trascurare il fatto che l'aumento
dell'IVA per i cibi preconfezionati per cani e gatti risulta
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essere un'assurda discriminazione sia sotto l'aspetto
dell'equità sociale che di quello legislativo.
Circa l'aspetto equitativo, poiché essere proprietari di
animali domestici, a differenza di qualche decennio fa, non è
più esclusiva di ceti sociali medioalti. Oggi cani e gatti
fanno parte a pieno titolo di famiglie comprendenti tutte le
classi sociali (una famiglia su due, in ogni fascia di
reddito), per cui risulta ingiusta un'imposta che non appare
basata sui caratteri di un'equa redistribuzione sociale. Il
Pet Food è a tutti gli effetti un prodotto alimentare di
base, un grande consumo popolare.
Da un punto di vista legislativo, l'inasprimento
configura, invece, una palese contraddizione. Innanzitutto,
gli alimenti per cani e gatti rientrano nello stesso regime
giuridico dei mangimi per animali da reddito previsto dalla
legge 15 febbraio 1963, n. 281, come modificata dal decreto
del Presidente della Repubblica 31 marzo 1988, n. 152.
In secondo luogo, l'equiparazione normativa tra i diversi
tipi di mangime trova puntuale riscontro anche agli effetti
fiscali sia in sede nazionale che comunitaria.
La direttiva 92/77/CEE del Consiglio, del 19 ottobre 1992,
recepita con il decreto-legge 30 agosto 1993, n. 331,
convertito, con modificazioni, dalla legge 29 ottobre 1993, n.
427, tra i beni suscettibili di essere assoggettati negli
Stati membri ad aliquote IVA ridotte, indica i prodotti
alimentari destinati al consumo animale, senza alcuna
distinzione tra animali da reddito e animali da compagnia.
A fronte di quanto sopra esposto, ci è sembrato opportuno,
con la presente proposta di legge, richiedere l'immediato
riallineamento dell'aliquota IVA degli alimenti per cani e
gatti con quella tuttora vigente per i mangimi di tutti gli
altri animali.
Occorre intervenire rapidamente prima che le scelte di
investimento dei principali attori rendano irreversibile la
situazione.
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