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Testi integrali degli Atti Parlamentari della XIII Legislatura

Documento


8734
DDL0496-0002
Progetto di legge Camera n. 496 - testo presentato - (DDL13-496)
(suddiviso in 4 Unità Documento)
Unità Documento n.2 (che inizia a pag.1 dello stampato)
...C496. TESTIPDL
...C496.
RELAZIONE
ZZDDL ZZDDLC ZZNONAV ZZDDLC496 ZZ13 ZZRL ZZPR
     Onorevoli Colleghi! - L'industria italiana degli
  alimenti per animali domestici  (Pet Food),  pur
  disponendo di tutte le pre-condizioni per il suo sviluppo
  (mercato in crescita, abbondanza di materie prime, imprese di
  ogni dimensione finanziariamente sane), risulta disporre
  ancora di modeste strutture produttive rispetto agli altri
  Paesi europei.
     La naturale conseguenza di ciò è che la bilancia dei
  pagamenti del settore risulta essere fortemente deficitaria
  (900/1.000 miliardi di lire) nonostante tale tipo di industria
  comporti importanti benefìci.
     Infatti:
         a)  il maggior ricorso alle preparazioni
  industriali di cibi per cani e gatti ridurrebbe l'impiego di
  derrate alimentari (soprattutto carni) che, in tal modo, non
  verrebbero sottratte al consumo umano, con un conseguente
  beneficio sul  deficit  della bilancia agro-alimentare;
         b)  l'industria del  Pet Food  utilizza, per lo
  più, sottoprodotti della lavorazione di materie prime
  zootecniche, agricole ed ittiche, dando valore aggiunto a
  prodotti ed eccedenze non altrimenti utilizzabili;
         c)  anche sotto il profilo ecologico il contributo
  dato dall'industria del  Pet Food  porta benefìci molto
  significativi.  Sottoprodotti e scarti della macellazione, così
  come le eccedenze, provocano, infatti, problemi di
  smaltimento, gravissimi sotto il profilo sanitario, tecnico ed
  economico.
     Se la struttura produttiva nazionale potesse darsi
  dimensioni adeguate, sarebbe in grado di quintuplicare
  l'assorbimento di queste materie prime, praticamente azzerando
  o quasi il problema del loro smaltimento.
 
                               Pag. 2
 
     Non dimentichiamo, inoltre, che il settore dei mangimi per
  animali domestici assorbe circa milleduecento addetti, mentre
  altri cinquemila operano nei vari settori ad esso correlati:
  trasporti, lavorazione dei cereali, distribuzione e commercio
  al dettaglio, mattatoi e lavorazione delle carni, industrie
  per la macinatura, pubblicità, acciaierie, macchinari,
  produttori di lattine e altre industrie di confezionamento,
  servizi professionali, magazzini per la conservazione di
  materie prime e prodotti finiti, industria ittica.
     In aggiunta, oltre alle industrie nazionali, anche i
  grandi gruppi multinazionali sarebbero interessati a produrre
  in Italia, a condizione che i consumi interni riprendano le
  tendenze di crescita del passato allineandosi, così, ai volumi
  dei maggiori Paesi europei.  In tali condizioni è stato
  ipotizzato uno scenario di circa 600 miliardi di lire di nuovi
  investimenti che determinerebbero la creazione di
  milleottocento nuovi posti di lavoro diretti.
     E' pur vero che il mercato del  Pet Food  è ancora
  molto giovane in Italia ed è anche largamente
  sottodimensionato rispetto agli altri Paesi europei.  A tale
  proposito citiamo, qui di seguito, alcune quote del mercato
  europeo:  Francia 25,3 per cento, Regno Unito 23,9 per cento,
  Germania 18,9 per cento, Italia 7,1 per cento.
     Tenuto conto delle affinità socioeconomiche fra i Paesi
  indicati e dei dati sulla popolazione di animali domestici (in
  Italia circa 8.500.000 famiglie hanno almeno un animale in
  casa), gli esperti concordano nel ritenere che il mercato
  italiano del  Pet Food  abbia il potenziale per
  raddoppiarsi nel breve periodo (1995) e triplicarsi nel medio
  periodo (1998).  Tradotto in cifre ciò significa un
  investimento di 870 miliardi di lire oggi, 1.500 miliardi
  domani e 2.500 miliardi nel medio-lungo periodo.  Questo ci
  appare, quindi, come uno scenario estremamente promettente, ma
  che per realizzarsi concretamente e perché non rimanga allo
  stato potenziale, richiede la massima attenzione per attirare
  investimenti che sviluppino la produzione nazionale e,
  soprattutto, per evitare gravissimi errori negli interventi
  fiscali che ne rallentino o addirittura ne compromettano la
  crescita.
     La storia delle aliquote IVA (imposta sul valore aggiunto)
  in questo settore è la prova palese dei danni provocati da
  questi errori.  Nel 1989 si è avuto un raddoppio dell'aliquota
  IVA dal 2 al 4 per cento, che ha rallentato il mercato al
  punto che furono necessari più di dieci mesi di investimenti
  proporzionali per far riprendere un ritmo di crescita
  adeguato.
     La stessa cosa non è stata invece possibile dopo
  l'ulteriore triplicazione dell'aliquota IVA dal 4 per cento al
  12 per cento, avvenuta nel gennaio 1992 e poi, ancora, nel
  dicembre 1993.  Da allora il mercato è entrato in fase di
  stagnazione, registrando incrementi dei consumi in termini
  reali vicini allo zero.
     Le naturali conseguenze sono state, oltre un rallentamento
  del mercato sino ad una quasi paralisi, una influenza negativa
  circa le aspettative delle imprese, che ne ha compresso gli
  investimenti, abbandonati a favore di insediamenti in altri
  Paesi, la stazionarietà sotto il profilo occupazionale e
  dell'indotto.
     A fronte di questi gravi effetti negativi, l'inasprimento
  fiscale ha prodotto risultati molto modesti per l'erario.
     Il gettito IVA (circa 60 miliardi di lire sulla base di un
  fatturato di vendita  Pet Food  per cani e gatti) è certo
  aumentato di 40 miliardi di lire, ma è parallelamente
  diminuito il gettito dell'imposta sul reddito delle persone
  giuridiche (IRPEG) poiché, per non correre eccessivi rischi
  sul mercato, le imprese hanno dovuto trasferire ai costi parte
  dell'aumento, anziché accollarlo alla distribuzione e, quindi,
  al consumatore finale, assumendosi rilevanti oneri
  impropri.
     Perciò, secondo le stime più attendibili, il risultato
  netto per l'erario - aumento dell'IVA meno diminuzione
  dell'IRPEG - è stato trascurabile: non più di 25-30 miliardi
  di lire.
     Non bisogna, inoltre, trascurare il fatto che l'aumento
  dell'IVA per i cibi preconfezionati per cani e gatti risulta
 
                               Pag. 3
 
  essere un'assurda discriminazione sia sotto l'aspetto
  dell'equità sociale che di quello legislativo.
     Circa l'aspetto equitativo, poiché essere proprietari di
  animali domestici, a differenza di qualche decennio fa, non è
  più esclusiva di ceti sociali medioalti.  Oggi cani e gatti
  fanno parte a pieno titolo di famiglie comprendenti tutte le
  classi sociali (una famiglia su due, in ogni fascia di
  reddito), per cui risulta ingiusta un'imposta che non appare
  basata sui caratteri di un'equa redistribuzione sociale.  Il
  Pet Food  è a tutti gli effetti un prodotto alimentare di
  base, un grande consumo popolare.
     Da un punto di vista legislativo, l'inasprimento
  configura, invece, una palese contraddizione.  Innanzitutto,
  gli alimenti per cani e gatti rientrano nello stesso regime
  giuridico dei mangimi per animali da reddito previsto dalla
  legge 15 febbraio 1963, n. 281, come modificata dal decreto
  del Presidente della Repubblica 31 marzo 1988, n. 152.
     In secondo luogo, l'equiparazione normativa tra i diversi
  tipi di mangime trova puntuale riscontro anche agli effetti
  fiscali sia in sede nazionale che comunitaria.
     La direttiva 92/77/CEE del Consiglio, del 19 ottobre 1992,
  recepita con il decreto-legge 30 agosto 1993, n. 331,
  convertito, con modificazioni, dalla legge 29 ottobre 1993, n.
  427, tra i beni suscettibili di essere assoggettati negli
  Stati membri ad aliquote IVA ridotte, indica i prodotti
  alimentari destinati al consumo animale, senza alcuna
  distinzione tra animali da reddito e animali da compagnia.
     A fronte di quanto sopra esposto, ci è sembrato opportuno,
  con la presente proposta di legge, richiedere l'immediato
  riallineamento dell'aliquota IVA degli alimenti per cani e
  gatti con quella tuttora vigente per i mangimi di tutti gli
  altri animali.
     Occorre intervenire rapidamente prima che le scelte di
  investimento dei principali attori rendano irreversibile la
  situazione.
 
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